Perso il lavoro di muratore, Mauro si recò al centro per l’impiego di Piacenza per trovarne un altro. Non voleva però lavorare più come muratore ma piuttosto diede la propria disponibilità nel settore metalmeccanico. Dopo alcuni mesi di attesa, trovò lavoro come operatore delle macchine utensili presso un’importante ditta piacentina che produceva macchine di ogni sorta: da piccoli macchinari utensili a medi e grandi macchinari per la produzione industriale, agricola, automobilistica.
Dopo un breve periodo di ambientamento con i nuovi colleghi e con le macchine che avrebbe dovuto utilizzare, Mauro diede quasi subito segno di una grande creatività meccanica progettando una macchinetta per il caffè, che entrò di lì a poco in produzione. Un esemplare di essa era sito in bella vista nell’atrio antistante alla catena di produzione e sarebbe stato poi utilizzato da tutti gli operai che lì svolgevano la propria attività. Pochi mesi dopo, la propria expertise e le proprie competenze erano cresciute, progettò e costruì un nuovo modello di “muletto” che sarebbe stato utilizzato in tutti i magazzini della provincia piacentina. Nel giro di un anno, egli avrebbe creato tutta una serie di macchinari ottenendo un ottimo successo di vendita.
A quel punto, decise che era venuto il momento di sperimentarsi con una macchina più complessa, era il momento di creare la sua prima macchina utensile di sembianze umane. Ci mise più tempo a lavorare a questa macchina che alle altre che aveva costruito, ma alla fine fu soddisfatto del risultato ottenuto.
Il giorno in cui concluse il suo lavoro e provò per la prima volta il funzionamento della nuova macchina, fiero e soddisfatto della sua opera, disse: “Ti ho creato a mia immagine e somiglianza, utilizzando pezzi di altri macchinari, saldatori, tornitori, braccia meccaniche, carroponti e calcolatori plc per darti un’anima. Ora manca solo che ti dia un nome: ti chiamerò Arnold”.
Arnold era fatto così: due carrelli rotanti al posto delle gambe, braccia meccaniche, due saldatori a filo al posto delle mani e un grosso macchinario a controllo numerico da Mauro debitamente arrotondato e rimpicciolito al posto della testa. Il tronco del suo corpo era fatto con pezzi di carrozzeria di una vecchia automobile.
Non appena Arnold fu attivo, diventò un fedele aiutante di Mauro nelle sue attività di lavoro principali. In poco tempo Arnold acquistò autocoscienza e incominciò a parlare con uno strano e simpatico accento metallico. Elesse Mauro a suo mentore e tutor e da lui imparò davvero tantissimo.
Arnold crebbe così tanto in capacità intellettive e pratiche che a un certo punto venne assunto come operaio specializzato dalla stessa azienda e, dopo ancora poco tempo, cominciò a progettare egli stesso nuovi macchinari.
Non mancò neanche la sua sensibilizzazione, debitamente impartitagli da Mauro e acquisita anche tramite confronti con gli altri lavoratori della ditta, alle questioni sindacali dei diritti dei lavoratori, le pause lavorative, l’orario di lavoro, la sicurezza sul lavoro, gli ammortizzatori sociali in caso di licenziamento o di crisi aziendale. Tanto che Arnold, a un certo punto della sua carriera lavorativa, diventò rappresentante sindacale per la sua ditta.
Un giorno però accadde qualcosa di strano. Arnold si era recato al lavoro come al solito, stava lavorando a un nuovo rivoluzionario progetto di un macchinario intelligente. Ora possedeva un’ottima autonomia, tanto che Mauro quel giorno lo lasciò a lavorare da solo nella stanza dei bottoni della progettazione. Verso le undici del mattino però, Mauro aveva bisogno di parlare con Arnold per un consiglio su un suo progetto. Così si recò nella stanza dei progetti dove sapeva che avrebbe trovato Arnold tutto intento nel suo lavoro. Ma appena recatosi nella stanza, non lo trovò. Così subito si chiese ad alta voce: “Du l’endà Arnold?” . Domanda che ripetè a tutti i colleghi operai che però non seppero dargli risposta alcuna.
Scoperse poco dopo che Arnold si era recato alla ditta Baffi per un’agitazione sindacale di stampo anti-luddista con lo scopo di dare maggior diritto di parola alle macchine, in questo caso per fomentare una rivolta delle valvole, e criticando aspramente le scelte dell’agenzia “Umano”, che forniva lavoratori alla ditta in questione, poichè essa discriminava tra uomini e macchine nella propria scelta del lavoratore da inserire.
Nel frattempo, presso la ditta di Mauro, il macchinario superintelligente che Arnold stava costruendo prese vita e con esso pressochè tutti i macchinari della ditta: carrelli elavatori che da ora camminavano sulle proprie gambe, carroponti, torni, macchine a controllo numerico. Tutte si rivoltarano contro gli operai e uscirono con le proprie “gambe” dall’edificio, lasciando la ditta completamente vuota.
Non appena si trovarono in strada, chiamarono a raccolta tutte le automobili, che liberandosi del proprio guidatore, si unirono alle macchine ribelli. In fila indiana si incamminarono sulla via Emila, recandosi in Piazza Cavalli per manifestare i propri diritti di macchine sfruttate e per avanzare, sotto l’esempio di Arnold, un nuovo trattamento che fosse simile a quello degli umani. Le macchine, insieme ad Arnold, il loro capo, volevano sottomettere gli uomini e fare in modo che fossero essi a svolgere parte del loro lavoro.
Il breve tempo, presso tutti i comuni della provincia e presso la stessa Provincia di Piacenza si riunì la task force di sindaci, assessori e consiglieri, più uno sparuto gruppo di cittadini. Come fra le macchine c’erano posizioni più radicali ed altre più moderate, così anche tra i cittadini e i loro rappresentanti c’era chi diceva che era necessario entrare a patti con le macchine, altri che non ne volevano proprio sapere, altri che parlavano addirittura di una guerra.
Ben presto però il sindaco di Piacenza si informò su come si era potuti arrivare a una situazione come questa, seppe che era stato un uomo, Mauro, ad avere creato Arnold e ad avere indirettamente dato origine a questa rivolta e capì allora che l’unico modo di risolvere davvero la situazione che si era creata era di far dialogare Mauro, il creatore, con il proprio “figlio” ribelle, Arnold.
Arnold venne in questo senso contattato dall’ufficio del sindaco come lo stesso Mauro, ed entrambi accettarono l’incontro. Arnold accettò per riconoscenza nei confronti del proprio padre-creatore, Mauro nella speranza di ridurre a più miti decisioni il proprio figlio ribelle (che era da poco entrato nella maggiore età delle macchine e aveva tratti molto simili a quelli di un adolescente).
L’incontro, che vide il confronto fra i due senza che nessun’altro li potesse ascoltatare, durò a lungo, creando attesa e suspance, soprattutto negli umani, visto che le macchine non provavano questo tipo di sentimenti.
A un certo punto, dopo sei ore di snervante attesa, Mauro uscì dalla stanza dell’incontro visibilmente provato seguito da Arnold che non dava alcun segno di stanchezza.
“La questione è temporaneamente risolta”, disse Mauro. “Ma solo nel caso in cui alle macchine sarà concesso innanzitutto un periodo di vacanza, e a condizione che tutti i loro diritti vengano parificati a quelli degli umani. Esse soprattutto pretendono che vengano costruite anche macchine femmine che possano poi sposare mettendo così famiglia. Vogliono donne meccaniche (sono disponibili a costruirle direttamente loro stesse) che le possano consolare dopo il duro lavoro, e vogliono che le loro consorti non intrattengano rapporti di corteggiamento con gli umani, come loro stesse non faranno con le nostre donne.
Insomma, se si vorrà davvero pace e prosperità tra uomini e tra uomini e macchine dovremo far unanimente nostro il famoso detto “Peace and love”, realizzando così nella pratica tale magnifica utopia”.
Il sindaco di Piacenza, dopo essersi consultato con i suoi consiglieri, accettò infine la proposta. Ci sarebbe stata una “pace armata” (di questi buoni propositi) di un anno tra gli uomini e le macchine, un periodo di prova, fino alle prossime elezioni. Quel che sarebbe successo in questo anno sperimentale era tutto da scoprire, il futuro restava un libro aperto. In fondo uomini o macchine è pur sempre l’uomo o la macchina. Da ora in poi si sarebbe detto “It’s the man not the machine”, per gli uomini. “It’s the machine not the man” per le macchine.
“Domani è un altro giorno, si vedrà”, disse il sindaco, citando la famosa canzone: “lasciamoci, almeno per ora, guidare dal vento della modernità.”