G.

Posted in Uncategorized on Novembre 2, 2009 by replicant24

Dolce

 Nello specchio

 

Ti guardi

 

Come Alice

 

 

 

E io che ti recito

 

Una poesia

 

Perchè nelle mie parole

 

Intendo farti

 

Specchiare

 

 

 

 

Vanità delle vanità

 

Trascorre nella tua mente

 

Ancora giovane

 

 

 

E mentre ti guardi

 

Non ti poni alcuna domanda

 

Semplicemente

 

ti dici:

 

Questa sono io

 

 

 

Che bella creatura

 

Il mio corpo flessuoso

 

Nuda pelle liscia come marmo

 

 

 

Mi farò scultura

 

Scolpirò i miei seni

 

Il mio petto dirà di me

 

E già ora forte lo accenna

 

 

 

Cammino placida

 

Percorro calma la mia strada

 

Non ho fretta

 

E, intanto che cammino

 

Come una intera teoria di specchi

 

Da tutte e due i lati

 

A riflettere ciò che sono

 

 

La mia parata

 

Il mio rosso tappeto

 

Contornata delle mie immagini riflesse

 

 

 

Mi osservo attenta e fiera

 

Da tutti i lati

 

 

 

Non un angolo dello specchio

 

Nè del mio corpo

 

Rimane intoccato

 

Dalla mia immagine riflessa

 

E’ così che mi sento me stessa

 

 

 

 

Giovane donna

 

Che ancora sogna

 

Un amore romantico

 

E una poesia

 

Solo a lei dedicata

 

 

E il poeta, contento

 

Le dice: “A Roma ti porto

 

Nessuna città è più di Roma romantica

 

E antica

 

 

Rivivremo insieme

 

I fasti dell’antichità

 

Di Romaantica”

 

 

 

Così diverrò il tuo specchio

 

E nelle mie parole

 

Ti potrai riflettere

 

E con me potrai riflettere

 

E pensare…

 

 

E poi, dopo Roma

 

Andremo al mare

Il ministro dei temporali

Posted in Uncategorized on Giugno 21, 2009 by replicant24

Il ministro dei temporali a un colloquio di lavoro sotto mentite spoglie.

- Che lavoro fa nella vita?

- Amministro temporali.

- Attività interessante, in cosa consiste?

- Trasgredire il comandamento che dice non rubare. Poi poco dopo piove. Per amministrare bene i temporali però bisogna continuare a rubare, se no poi smette

- E delle energie rinnovabili… Se piove sempre si può sfruttare meno l’energia solare.

- E’ per questo che cerco lavoro. Da quanto il presidente vuole mantenere la sua abbronzatura e abbronzare il mondo perchè tutti gli assomiglino, l’amministrazione dei temporali è un po’ in crisi

- Vuole dire che dovrà smettere di rubare?

- Dipende, io infatti sono per l’energia nucleare. Così posso continuare a rubare, e poi non mi piacciono gli uomini abbronzati e a me il sole fa venire la psoriasi.

- Guardi, per il momento non ci sono posizioni aperte sulle sue competenze e poi oggi non piove, ripassi in una giornata piovosa e mi raccomando si protegga bene che potrebbe ammalarsi.

Terminator a Piacenza: MaUro e la rivolta delle macchine utensili

Posted in Mauro con i tag , , , on Giugno 10, 2009 by replicant24

Perso il lavoro di muratore, Mauro si recò al centro per l’impiego di Piacenza per trovarne un altro. Non voleva però lavorare più come muratore ma piuttosto diede la propria disponibilità nel settore metalmeccanico. Dopo alcuni mesi di attesa, trovò lavoro come operatore delle macchine utensili presso un’importante ditta piacentina che produceva macchine di ogni sorta: da piccoli macchinari utensili a medi e grandi macchinari per la produzione industriale, agricola, automobilistica.

Dopo un breve periodo di ambientamento con i nuovi colleghi e con le macchine che avrebbe dovuto utilizzare, Mauro diede quasi subito segno di una grande creatività meccanica progettando una macchinetta per il caffè, che entrò di lì a poco in produzione. Un esemplare di essa era sito in bella vista nell’atrio antistante alla catena di produzione e sarebbe stato poi utilizzato da tutti gli operai che lì svolgevano la propria attività. Pochi mesi dopo, la propria expertise e le proprie competenze erano cresciute, progettò e costruì un nuovo modello di “muletto” che sarebbe stato utilizzato in tutti i magazzini della provincia piacentina. Nel giro di un anno, egli avrebbe creato tutta una serie di macchinari ottenendo un ottimo successo di vendita.

A quel punto, decise che era venuto il momento di sperimentarsi con una macchina più complessa, era il momento di creare la sua prima macchina utensile di sembianze umane. Ci mise più tempo a lavorare a questa macchina che alle altre che aveva costruito, ma alla fine fu soddisfatto del risultato ottenuto.

Il giorno in cui concluse il suo lavoro e provò per la prima volta il funzionamento della nuova macchina, fiero e soddisfatto della sua opera, disse: “Ti ho creato a mia immagine e somiglianza, utilizzando pezzi di altri macchinari, saldatori, tornitori, braccia meccaniche, carroponti e calcolatori plc per darti un’anima. Ora manca solo che ti dia un nome: ti chiamerò Arnold”.

Arnold era fatto così: due carrelli rotanti al posto delle gambe, braccia meccaniche, due saldatori a filo al posto delle mani e un grosso macchinario a controllo numerico da Mauro debitamente arrotondato e rimpicciolito al posto della testa. Il tronco del suo corpo era fatto con pezzi di carrozzeria di una vecchia automobile.

Non appena Arnold fu attivo, diventò un fedele aiutante di Mauro nelle sue attività di lavoro principali. In poco tempo Arnold acquistò autocoscienza e incominciò a parlare con uno strano e simpatico accento metallico. Elesse Mauro a suo mentore e tutor e da lui imparò davvero tantissimo.

Arnold crebbe così tanto in capacità intellettive e pratiche che a un certo punto venne assunto come operaio specializzato dalla stessa azienda e, dopo ancora poco tempo, cominciò a progettare egli stesso nuovi macchinari.

Non mancò neanche la sua sensibilizzazione, debitamente impartitagli da Mauro e acquisita anche tramite confronti con gli altri lavoratori della ditta, alle questioni sindacali dei diritti dei lavoratori, le pause lavorative, l’orario di lavoro, la sicurezza sul lavoro, gli ammortizzatori sociali in caso di licenziamento o di crisi aziendale. Tanto che Arnold, a un certo punto della sua carriera lavorativa, diventò rappresentante sindacale per la sua ditta.

Un giorno però accadde qualcosa di strano. Arnold si era recato al lavoro come al solito, stava lavorando a un nuovo rivoluzionario progetto di un macchinario intelligente. Ora possedeva un’ottima autonomia, tanto che Mauro quel giorno lo lasciò a lavorare da solo nella stanza dei bottoni della progettazione. Verso le undici del mattino però, Mauro aveva bisogno di parlare con Arnold per un consiglio su un suo progetto. Così si recò nella stanza dei progetti dove sapeva che avrebbe trovato Arnold tutto intento nel suo lavoro. Ma appena recatosi nella stanza, non lo trovò. Così subito si chiese ad alta voce: “Du l’endà Arnold?” . Domanda che ripetè a tutti i colleghi operai che però non seppero dargli risposta alcuna.

Scoperse poco dopo che Arnold si era recato alla ditta Baffi per un’agitazione sindacale di stampo anti-luddista con lo scopo di dare maggior diritto di parola alle macchine, in questo caso per fomentare una rivolta delle valvole, e criticando aspramente le scelte dell’agenzia “Umano”, che forniva lavoratori alla ditta in questione, poichè essa discriminava tra uomini e macchine nella propria scelta del lavoratore da inserire.

Nel frattempo, presso la ditta di Mauro, il macchinario superintelligente che Arnold stava costruendo prese vita e con esso pressochè tutti i macchinari della ditta: carrelli elavatori che da ora camminavano sulle proprie gambe, carroponti, torni, macchine a controllo numerico. Tutte si rivoltarano contro gli operai e uscirono con le proprie “gambe” dall’edificio, lasciando la ditta completamente vuota.

Non appena si trovarono in strada, chiamarono a raccolta tutte le automobili, che liberandosi del proprio guidatore, si unirono alle macchine ribelli. In fila indiana si incamminarono sulla via Emila, recandosi in Piazza Cavalli per manifestare i propri diritti di macchine sfruttate e per avanzare, sotto l’esempio di Arnold, un nuovo trattamento che fosse simile a quello degli umani. Le macchine, insieme ad Arnold, il loro capo, volevano sottomettere gli uomini e fare in modo che fossero essi a svolgere parte del loro lavoro.

Il breve tempo, presso tutti i comuni della provincia e presso la stessa Provincia di Piacenza si riunì la task force di sindaci, assessori e consiglieri, più uno sparuto gruppo di cittadini. Come fra le macchine c’erano posizioni più radicali ed altre più moderate, così anche tra i cittadini e i loro rappresentanti c’era chi diceva che era necessario entrare a patti con le macchine, altri che non ne volevano proprio sapere, altri che parlavano addirittura di una guerra.

Ben presto però il sindaco di Piacenza si informò su come si era potuti arrivare a una situazione come questa, seppe che era stato un uomo, Mauro, ad avere creato Arnold e ad avere indirettamente dato origine a questa rivolta e capì allora che l’unico modo di risolvere davvero la situazione che si era creata era di far dialogare Mauro, il creatore, con il proprio “figlio” ribelle, Arnold.

Arnold venne in questo senso contattato dall’ufficio del sindaco come lo stesso Mauro, ed entrambi accettarono l’incontro. Arnold accettò per riconoscenza nei confronti del proprio padre-creatore, Mauro nella speranza di ridurre a più miti decisioni il proprio figlio ribelle (che era da poco entrato nella maggiore età delle macchine e aveva tratti molto simili a quelli di un adolescente).

L’incontro, che vide il confronto fra i due senza che nessun’altro li potesse ascoltatare, durò a lungo, creando attesa e suspance, soprattutto negli umani, visto che le macchine non provavano questo tipo di sentimenti.

A un certo punto, dopo sei ore di snervante attesa, Mauro uscì dalla stanza dell’incontro visibilmente provato seguito da Arnold che non dava alcun segno di stanchezza.

“La questione è temporaneamente risolta”, disse Mauro. “Ma solo nel caso in cui alle macchine sarà concesso innanzitutto un periodo di vacanza, e a condizione che tutti i loro diritti vengano parificati a quelli degli umani. Esse soprattutto pretendono che vengano costruite anche macchine femmine che possano poi sposare mettendo così famiglia. Vogliono donne meccaniche (sono disponibili a costruirle direttamente loro stesse) che le possano consolare dopo il duro lavoro, e vogliono che le loro consorti non intrattengano rapporti di corteggiamento con gli umani, come loro stesse non faranno con le nostre donne.
Insomma, se si vorrà davvero pace e prosperità tra uomini e tra uomini e macchine dovremo far unanimente nostro il famoso detto “Peace and love”, realizzando così nella pratica tale magnifica utopia”.

Il sindaco di Piacenza, dopo essersi consultato con i suoi consiglieri, accettò infine la proposta. Ci sarebbe stata una “pace armata” (di questi buoni propositi) di un anno tra gli uomini e le macchine, un periodo di prova, fino alle prossime elezioni. Quel che sarebbe successo in questo anno sperimentale era tutto da scoprire, il futuro restava un libro aperto. In fondo uomini o macchine è pur sempre l’uomo o la macchina. Da ora in poi si sarebbe detto “It’s the man not the machine”, per gli uomini. “It’s the machine not the man” per le macchine.

“Domani è un altro giorno, si vedrà”, disse il sindaco, citando la famosa canzone: “lasciamoci, almeno per ora, guidare dal vento della modernità.”

Sensibilità al contesto*

Posted in Mauro con i tag , , on Giugno 9, 2009 by replicant24

*Pubblicato sul blog “La poesia e lo spirito” qui

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/05/15/sensibilita-al-contesto-di-marco-meneghelli/

Fu proprio in quel periodo che diede i primi segni di follia, testimoniati da un’iniziale perdita di sensibilità al contesto. Tutto cominciò il giorno in cui si mise improvvisamente a recitare poesie al bar. Dopo anni che lo frequentava, muto e silenzioso di fronte alla sua pinta di Guinness, improvvisamente sbottò in un afflato poetico. Gli avventori, dapprima sorpresi di queste sue uscite, poi richiamati a frotte dall’insolito evento, a un certo punto ci fecero l’abitudine e cominciarono a chiamarlo “il divino poeta”. Quel bar in seguito si sarebbe aperto anche ai contributi di altri “divini” artisti, e gli stessi avventori avrebbero cominciato a recitar poesie tra un rosso, un bianco e un rosé. In effetti, un bar è un luogo in cui uno puoi fare quasi di tutto, quindi anche recitar poesie, al limite addirittura fare a botte… Apparentemente nulla di strano: quel che fuori da un bar è eccezionale, dentro diviene quasi normale.

Fu tuttavia un errore pensare che il suo comportamento non fosse il primo sintomo di un’incipiente pazzia. E fu uno sbaglio non prenderne in seria considerazione gli esordi poetici. Poco tempo dopo si mise a “filosofeggiare” all’interno dell’atrio del cinema del suo paese – lui, maturo muratore che pochi o nulli libri aveva letto in vita sua, poiché li considerava come i mattoni che quotidianamente impilava – sostenendo che un certo film di Tarantino gli era proprio piaciuto, sebbene preferisse l’arte di Kubrik, più pura e capace di rappresentare davvero la violenza, a differenza del cinema del primo, peraltro grande regista, che della violenza faceva solo il pretesto narrativo del suo raccontare. Anche qui, però, dopo l’iniziale sorpresa per un muratore “cinefilosofo”, nessuno fece più caso a queste sue uscite.

Qualcuno cominciò a preoccuparsi davvero per la sua salute quando, sul luogo di lavoro, tra un mattone e l’altro, si mise a recitare Orazio in latino (exegi monumentum aere perennius), per sostenere che costruire una casa era come girare un film, o che un muratore che si rispetti in realtà è anche un po’ filosofo (e citava, chissà come, Kant, per il quale la filosofia era un’arte architettonica).

Da allora in poi non ci furono più limiti: si recava in ospedale e si metteva a cantare una canzoncina per il malato che era andato a trovare, e a volte anche per gli altri. Viaggiava in treno e chiedeva al controllore informazioni sul tempo della settimana successiva. Vedeva una donna e cominciava a intrattenerla con complicati calcoli di statistica economica letti sul giornale, e continuava a parlare da solo anche quando questa se ne era andata. E così continuava a fare: da un luogo a un altro, tradiva sempre un comportamento che con quel luogo, o con la persona che quel luogo abitava, aveva poco o nulla a che fare.

Un giorno, perso il lavoro, decise di recarsi dal sindaco per protestarne uno, ancora vestito da cantiere. Il sindaco, guardandolo un po’ strano, ma non troppo, gli chiese perché si fosse rivolto a lui. In risposta, cominciò a raccontargli di come la politica non era più in grado di garantire il diritto al lavoro, ma soprattutto il supremo di tutti i diritti, quello di esercitare liberamente il proprio pensiero. Poi continuò citando Grotius e Hobbes e il giusnaturalismo, la genesi e la genealogia del diritto. Solo allora il sindaco lo liquidò con un: «Arrivederci, farò quel che posso, mi impegnerò a trovarle un lavoro».

Si seppe poi che Mauro, questo il nome del nostro, venne portato all’ospedale dei matti su indicazione diretta del sindaco, che aveva ordinato un trattamento sanitario obbligatorio. Un posto in fondo il sindaco gliel’aveva trovato, anche se non era esattamente un posto di lavoro…. All’ospedale Mauro poteva fare qualunque cosa gli saltasse per la testa, tutto quanto aveva cercato di fare in luoghi non adatti. Quello per lui era il luogo dei luoghi! Fu proprio all’ospedale che Mauro comprese finalmente la sua vocazione: fare il medico psichiatra; infatti tutti i malati andavano da lui per sentirsi un po’ meglio.

Oggi Mauro ha sessant’anni ed è primario di psichiatria di un’importante clinica americana, vicino a casa sua: «La Casa Bianca della Felicità».

Antichrist di Lars Von Trier

Posted in Ultracinema con i tag , , , , on Maggio 25, 2009 by replicant24

Non amo moltissimo Lars Von Trier, anche se non posso non riconoscergli lo statuto di grande cineasta, se non di genio tout court. Non lo amo alla follia, ma mi sono piaciuti molto certi suoi film. I più vecchi da “L’elemento del crimine” a “Europa” che ricordo ancora di aver visto in una rassegna al vecchio De Amicis di Milano, verso la fine degli anni ‘90. Mi sono anche piaciuti molto un film temporalmente intermedio e che lo ha rivelato al grande pubblico come “Le onde del destino” e un capolavoro come “Dogville”.

Ma altri suoi film, per esempio “Idioti” o ”Dancer in the Dark” mi sono piaciuti meno, non hanno incontrato la mia sensibilità, diciamo che la mia sensibilità di fruitore e la sensibilità del regista, in quel periodo in cui li ho visti, non si sono incontrate. Magari a rivederli oggi, potrei cambiare idea…

Non oggi, ma ieri, ho visto invece l’ultimo lavoro di Von Trier, Antichrist, e direi che tutto sommato il film mi è piaciuto. Ho rilevato dei difetti, ma l’idea ispiratrice e buona parte della sua realizzazione filmica secondo me erano molto buone. Von Trier ha dichiarato che ha fatto questo film “porno-horror” per uscire dalla lunga depressione che lo ha afflitto. A mio modo di vedere, come accade nella maggior parte dei film d’autore, da Hitchcock ai giorni nostri, che spesso narrano e rappresentano una qualche patologia psichica (per notizie più precise su questo tema si veda Gabbard, Cinema e psichiatria), Antichrist parla e descrive molto bene la depressione. Che coglie la protagonista femminile dopo la morte accidentale del figlio e che il marito terapeuta decide di curare, violando il setting classico. Anche questa, tipica violazione di molto cinema psichiatrico a partire da “Io ti salverò” di Hithcock, appunto, in cui la Bergman cerca di salvare/curare il collega psichiatra (Gregory Peck) di cui è anche innamorata.

In seguito, il film  assumerà connotati mistico-religiosi, sadici, masochistici e tenderà a travalicare il semplice orizzonte della cura di una malattia. Anche se in fondo la malattia mentale è da sempre intrisa col simbolico, col magico, con la superstizione. E’ stato Freud, novello Sherlock Holmes dell’anima, quando ha introdotto il concetto di proiezione, a togliere gli “incantesimi” alla malattia psichica. Che peraltro Jung, suo allievo e suo critico feroce, aveva poi puntualmente reintrodotto.

Consiglio la visione di questo coraggioso film di Von Trier, forse un po’ troppo manicheo nel trattare il tipi del maschile e del femminile, ma appunto in questo archetipico, simbolico. Se si va al da là del pretesto narrativo e della possibile misoginia imputabile al regista per via di questo film, si può in fondo fare un percorso che va alle radici e alle cause di questa storica persecusezione della figura femminile. Che non sono cause storiche ma cause simboliche, che storicamente uomini e donne hanno condiviso (si pensi ad esempio alla persecuzione delle streghe).

E vale anche nel caso di questo film il solito importante adagio: se non siamo consci da dove proveniamo e chi siamo davvero, qual è,  junghianamente, il nostro inconscio, esso potrebbe risvegliarci violentemente dal nostro sonno della ragione. Solo introiettando il male che siamo stati e che siamo, possiamo in qualche modo evitarlo. La catarsi che questo film prevede è esattamente questa.

Un film storico anzi genealogico, nel senso più forte di questo termine. Come voleva Jung e con accenni più recentemente lynchiani.

Il narciso innamorato

Posted in Ultrapoesia con i tag , , on Maggio 17, 2009 by replicant24
Mi ero innamorato 

Di un’immagine, la mia

Rispecchiata però

Nei tuoi occhi

 Mai

Così tanto

Mi ero innamorato

Di una persona

Che non fosse

Me stesso

 Forse

Una volta sola

Quando ancora mi perdevo

Nell’interminabile blu

Dei suoi occhi

Che, come vitrei bagliori

Di luce costante

Mi guardavano fissi

Mentre li guardavo

 E poi, lei assente

Rimemoravo di continuo

La sua immagine

Il suo volto

I suoi biondi capelli

 Allora ero davvero innamorato

E lo sono ristato

Con te

 Ma

Allora ero molto

Giovane

 Ora

Sono adulto

E il sentimento

È cresciuto

Insieme a me

 Devo salutare i sentimenti forti

Gli epici amori

E poi

Tu sei già di un altro

E io

Solo, mi appartengo

 

E così

Anche te saluto

Mentre il ricordo

Già si fa effimero

 Il tuo volto

Va scomparendo

 Le tue mani

Nemmeno le ho guardate

 E, in verità

Non ti ho mai vista

A riveder le stelle

Posted in Ultrascrittura on Maggio 17, 2009 by replicant24

Un’impresa immane quella che aveva decisa di intraprendere, un’immane sforzo. Enumerare tutte le stelle del suo firmamento. Idea assolutamente folle ma lucida almeno quando il luccichio del suo telescopio di notte, illuminato dalla luna.

Ma se le avesse contate una a una, non serviva per ora nominarle, bastavano i numeri della natura, il suo sforzo sarebbe stato più leggero, l’impresa meno ardua, il risultato sarebbe poi arrivato da solo. Solo, non doveva pensare all’enormità del compito, ma immergersi in quella numerazione, infinita in teoria ma finita in ogni passo che compiva. Guardare ogni singola stella e poi segnarne il numero. La prima, la seconda, la terza. 1, 2, 3, questo era il ritmo, questa la cadenza della sua enumerazione.

Talvolta, dopo avere contemplato a lungo la luminosità di una stella, piccolo sole visibile, perchè sufficientemente lontano, anzi infinitamente distante, si soffermava poi a guardare le grazie del numero che le aveva fatto corrispondere. Usava i numeri romani come ordinali, la prima, la seconda, la terza (numeri che leggeva al femminile, si trattava di stelle!). Usava invece i numeri arabi come cardinali: 1,2,3. Quindi osservava la grafia con cui erano scritti. La magra prima ossia la numero 1, la curva seconda, la numero due, l’aperta terza, la numero tre….

Quando poi i numeri assumevano 2 cifre, e poi 3, 4 e 5 (era arrivato a contarne milleeottocentoootantotto), pensava alle coppie, a numeri maschili e femminili che si accoppiavano, dopotutto le stelle erano soli, e che poi filiavano in triplette in quadruple. Mille stelle ma solo 4 cifre. Mille e quattro. E così iniziava a costruire una teoria, iniziava a considerarne le relazioni, poi tracciava figure, alcune rette altre curve (quelle che preferiva), figure che andavano a sovrapporsi, ad intersecarsi, ad acquistare nuove dimensioni.

Spesso si scordava del punto da cui era partito, la contemplazione delle stelle, e si soffermava a lungo a guardare le linee che aveva tracciate, i numeri che aveva scritto, le regole che aveva inventato.

C’erano giorni in cui arrivava a contarne cento, altri cinquanta, altri meno , 10 o 20, altre pochissime, 2 o 3. C’erano giorni in cui non ne segnava alcuna e faceva dell’altro. A volte non faceva proprio nulla.

Com’erano quei giorni? Quale il suo stato d’animo? Cosa accadeva quando non riusciva a contare nemmeno una stella? E cosa sarebbe successo quando le avrebbe finalmente contate tutte? L’universo sarebbe finito? Lui sarebbe morto? La sua missione compiuta?. E quando non ne segnava alcuna, questo era causa o effetto del suo stato d’animo? E quando decideva di puntare il telescopio da un altra parte del suo firmamento?

Aveva uno scopo accanto alla enumerazione completa della stelle: rappresentarle tutte in una mappa celeste, cosicchè, se il mondo fosse finito, se fosse caduto il suo firmamento, chi sarebbe venuto dopo di lui avrebbe potuto rivedere le stelle che lui aveva viste e contemplate in quel notturno meriggio, giusto nel mezzo del cammino di sua vita

Il fabbricatore di specchi

Posted in Ultrascrittura on Maggio 15, 2009 by replicant24

Per lungo tempo, ho fabbricato specchi allo scopo di specchiarmi in essi. Tu dirai: ma gli specchi sono tutti uguali. Ti sbagli. Ogni specchio è diverso da ogni altro specchio. E la differenza la fa la cornice.

Così più che uno speculatore o fabbricatore di specchi, da lungo tempo fabbrico anche le cornici degli specchi. E ho capito che esse molto possono fare per abbellire l’immagine specchiata.

In realtà, quella della cornici caratterizzò solo il primo periodo della fabbricazione di specchi.

In una prima fase infatti incorniciavo gli specchi e badavo soprattutto alle cornici. In una seconda fase e poi anche in seguito, mi sono accorto che c’erano altri elementi che rendevano bello il “quadro”: il tipo di specchio usato, la levigatura, la forma dello specchio, se ovale o tondo o rettangolare o quadrato.

Tutta una teoria di specchi.

Ma il vero momento cruciale è stato quando ho deciso di fare specchiare in essi anche altre persone. Da quel momento, come per magia, i miei specchi sono diventati quadri, ritratti di volti maschili e femminili che quasi si andavano a stampare sullo specchio originale. Ma tali quadri non persero la loro natura di specchi. O meglio: divennero magici specchi-quadri. Specchi che divenivano ritratti o autoritratti a seconda della persona che vi si specchiava.

Solo una cosa ti sorprenderà: questi specchi sono fatti di segni, di lettere alfabetiche e di parole. Sono specchi segnati!

Poichè tutto è mente, non disperare – 1*

Posted in Mentis con i tag , , , , , on Maggio 15, 2009 by replicant24

* Di quando la mente è così sola nel suo centro da credere di essere vittima di una cospirazione universale

La mente che non sa ancora del tutto di essere mondo, il proprio mondo interno, può incorrere nella credenza che il mondo esterno sia malvagio. Ciò accade quando essa mette un segno negativo appiccicandolo al mondo esterno.

Il solipsismo conoscitivo non è necessariamente paranoico, anche se la paranoia è una delle sue forme inautentiche. La mente, nella sua solitudine, si convince che quello che essa si rappresenta come mondo esterno cospiri contro di lei. E’ la teoria del complotto universale, che è fondata su un vizio, quello dell’egocentrismo.

L’universo della mente, come il sistema dei pianeti, è all’inizio strutturato in modo tolemaico. Il nucleo della mente, l’io, sta al centro, le alterità (le rappresentazioni degli altri individui) ruotano attorno, come parassiti del nucleo centrale.

Qualora in una seconda fase dell’evoluzione della mente essa proceda a una sorta di rivoluzione copernicana e scopra di essere parte di un sistema complesso di pianeti in interazione tra loro e senza un centro, ma ognuno di essi potenzialmente centro, la convinzione cospirativa tende a svanire. O per lo meno non è più così pressante come nello stato di cose proprio del sistema precedente.

Quando la mente è ancora vincolata al sistema del complotto, può accadere che essa si ripieghi infinitamente in se stessa svuotandosi progressivamente di energia. L’energia infatti le viene comunque dal mondo esterno che esiste anche se la mente non esperisce il mondo esterno che per il tramite dei propri bordi, e il filtro dei suoi confini. Per questo la mente non è mai completamente in contatto con il mondo esterno. Non lo è per lo meno quando non fa uso del corpo o meglio quando dimentica di essere protesi corporea…

State of Play

Posted in Ultracinema con i tag , , , , on Maggio 13, 2009 by replicant24

Stasera, guardando “State of play”, ho riassaporato la magia del cinema. Solo nella sala, nel posto d’onore (l’ottavo) della sala 8 dell’Uci Cinemas di Piacenza, solo io e le mie proiezioni e identificazioni. Ho ammirato uno splendido Russell Crowe ingrassato al punto giusto, e ho vagheggiato sul suo modello fisico (dopo aver amato il suo “modello mentale” in Beautiful Mind). D’un colpo egli è diventato il mio attore preferito. 

State of play è un film che confronta l’epoca del web e del neogiornalismo dei blogger, con il classico del giornalismo investigativo. Si parla di un grande complotto, ma che il vero complotto soggiacente alla storia non sia stato quello perpetrato dalla new economy nei confronti della carta stampata?

Proprio sulla “Stampa” di oggi, leggevo un’intervista a Umberto Eco a proposito del suo nuovo libro, che parla della sopravvivenza futura del libro e della carta di cui è fatto nell’epoca di facebook e delle nuove tecnologie digitali (io intanto, in questi giorni, mi sono preso una stampante). Eco è aperto alle nuove forme di scrittura digitale, dal romanzo collettivo ai blog. Ma dice anche che un vero romanziere non è tale se scrive solo in formato digitale, deve scrivere anche su carta, quello è il banco di prova delle sue capacità di scrittura.

Per questo sto scrivendo un romanzo, nelle notti insonni che mi capita sempre più spesso di passare di fronte allo schermo del mio PC. E con pronta , a portata di mano destra, la stampante…